La divulgazione per immagini: importante contributo per l’Archeologia

Il Festival Internazionale del Cinema Archeologico “Capitello d’Oro” è diventato un appuntamento sempre più atteso da tutti gli appassionati di archeologia. Anno dopo anno si è infatti consolidato come un polo di attrazione sia per amatori che per addetti ai lavori: tutti coloro, cioè, che guardano al mondo antico per le sue innegabili attrattive, legate all’emozione della scoperta ed alla bellezza artistica, ma che sanno coglierne al contempo valenze intrinseche ancora attuali.
Il fatto che opere teatrali scritte 2500 anni fa continuino ad essere rappresentate, monumenti, dipinti e sculture antichi siano ancora fonte di ispirazione per nuove correnti artistiche dimostra che la storia è un continuum che non può essere spezzato: il passato più lontano si presenta come uno sterminato bacino di conoscenze le cui testimonianze devono essere protette e valorizzate.
Se “archeologia" oggi è anche sinonimo di strumentazioni sofisticate, di nuove tecniche sperimentali di restauro e di collaborazioni multidisciplinari, la sua maggiore attrattiva, nel sentire comune, consiste ancora nel desiderio di penetrare e rivivere un passato che tanto più ci intriga quanto più lo sentiamo lontano e misterioso. L’impiego di nuove tecnologie riesce solo ad aumentarne il fascino.
Siamo dunque grati a Marisa Ranieri Panetta, ideatrice e curatrice di questo Festival, perché, attraverso i film selezionati - con il loro supporto di elaborazioni virtuali e studi interdisciplinari - e gli incontri di approfondimento, è riuscita a promuovere e divulgare una scienza come l’Archeologia in modo corretto e accattivante.
Ugualmente apprezzabile è stato il suo progetto di creare, all’interno della rassegna, una “Sezione Didattica” in collaborazione con la Direzione Generale per i Beni Archeologici, allo scopo di comunicare al grande pubblico la ricchezza di conoscenze accumulata, attraverso anni di studi e ricerche, dai nostri istituti di tutela che svolgono una preziosa azione sul territorio ma restano spesso misconosciuti.
Con tali premesse, il legame tra cinema ed archeologia è destinato a rafforzarsi sempre di più: il cinema resta infatti il modo più immediato ed emozionante per informare, strumento che potrebbe - e dovrebbe - essere utilizzato nelle nostre scuole per una didattica moderna ed aggiornata.
Tra le produzioni previste nel Festival di quest’anno, vorrei richiamare l’attenzione su un breve documentario - fuori concorso - che illustra alcune delle tecniche di documentazione utilizzate nel campo dell’Archeologia subacquea.
Se nei decenni scorsi a suscitare attenzione sono stati alcuni rinvenimenti occasionali - i Bronzi di Riace o, più di recente, il Satiro di Mazara del Vallo - oggi le problematiche della tutela, diretta conseguenza della progettazione di grandi opere pubbliche con un forte impatto sui fondali marini (si pensi ai porti commerciali o turistici, e a opere come il MOSE), rendono improcrastinabile la definizione di una strategia per questo settore della tutela del patrimonio archeologico.
Assume quindi una particolare rilevanza il progetto “Archeomar”, intrapreso dalla Direzione generale per i Beni Archeologici, attraverso il quale è stata avviata la ricognizione dei fondali costieri, con rilievi strumentali e verifiche in mare, per classificare e valutare i dati che porteranno ad una documentazione su base cartografica dedicata dei reperti marini sommersi.
Il progetto, già concluso per quanto riguarda le regioni dell’Italia meridionale, interesserà prossimamente le regioni dell’Italia centrale e, nel giro di pochi anni, quelle dell’Italia settentrionale, per giungere alla creazione di una banca dati esaustiva di tutto il nostro patrimonio sommerso.
Anche in questo caso la possibilità di filmare, con l’ausilio di sofisticate attrezzature, le immagini di relitti che giacciono su fondali profondi diverse centinaia di metri, costituisce un indispensabile supporto per gli studiosi ma, nello stesso tempo, dà a tutti noi la possibilità di esplorare e “scoprire”. Di vivere insomma l’archeologia in prima persona.

Stefano De Caro
Direttore Generale per i Beni Archeologici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali